mercoledì 1 aprile 2009

GOMORRA Parte prima: Il porto di Napoli, Secondigliano e ‘o sistema


SULL'ONDA DELLA VISIBILITA' DELLO SCRITTORE ROBERTO SAVIANO E DELLA POPOLARITA' DEL SUO LIBRO E DEL SUO IMPEGNO CONTRO LA CAMORRA, ABBIAMO DECISO DI INIZIARE UNA SERIE DI INTERVENTI, IN CUI PROPONIAMO LA RIELABORAZIONE DI GOMORRA.

Il primo capitolo ci porta immediatamente dentro il porto di Napoli, luogo in cui arrivano tutte le merci che poi saranno commercializzate in Italia e nel resto d’Europa o del mondo. Il porto napoletano appare come un non-luogo in cui le cose che passano devono scomparire in fretta, nulla deve lasciare tracce, la merce non esiste su alcun documento.

Dopo i primi due capitoli che in fondo fanno da cornice al cuore del libro si arriva finalmente al sistema, il nome che i camorristi usano per indicare la loro appartenenza al mondo criminale. Sistema e non camorra, termine divenuto inattuale, che ci indica la complessità ma anche la pervasività del fenomeno: «camorra è un parola inesistente, da sbirro». Il sistema non è un’organizzazione ma un meccanismo, un ingranaggio economico che non si ferma mai.

I camorristi non sono solo coloro che spacciano droga o uccidono persone, sono soprattutto coloro che sono riusciti a fare soldi illegalmente e che riescono a costruire degli imperi economici non sempre illegali. Il sistema di Secondigliano produce e smercia qualsiasi tipo di prodotto, dal tessile allo stupefacente, dall’edilizia alla contraffazione dei marchi. E visto che i reali interessi dei clan non sono più in città si è avuto un aumento esponenziale della microcriminalità a Napoli. La capacità di fare soldi ovunque fa diventare non necessario il controllo del territorio dove si opera. Si è in presenza di una sorta di globalizzazione degli interessi dei clan, il credo dei camorristi ora è il liberismo economico, quello più spinto, senza né regole né freni.

Ma se è vero che i clan guardano altrove per i propri guadagni, è però altrettanto vero che alcuni boss sono penetrati nelle amministrazioni degli enti locali per meglio controllare i flussi di danaro che dai ministeri centrali vengono erogati e ripartiti. È così che «ben settantuno comuni in Campania sono stati sciolti dal 1991 a oggi».

A questo punto è necessario chiedersi come nasce il sistema di Secondigliano. Gli artefici di tale sistema erano stati i Licciardi, Gennaro Licciardi più precisamente, che negli anni ottanta operava in questa zona per conto di Luigi Giuliano, boss di Forcella. Licciardi è stato il primo a capire e a sfruttare le potenzialità della periferia nord di Napoli. Secondigliano venne scelta e trasformata per vari motivi: perché costituiva un serbatoio di manodopera a basso costo inesauribile e poi per i grandi spazi necessari allo spaccio e al trasposto di grossi quantitativi di droga. La mente imprenditoriale dei Licciardi li porta a cambiare anche il modo di estorcere denaro ai commercianti: a questi ultimi si impongono le proprie forniture con il vantaggio che se si paga in contanti si ottengono alte percentuali di sconto. Se l’eventuale indebitamento del commerciante con il proprio fornitore finisce per essere troppo grande, il clan si appropria “solo” indirettamente dell’esercizio commerciale, riducendo il proprietario a semplice stipendiato: non lo esclude dall’attività, in modo da evitare sia passaggi di proprietà sospetti, sia possibili denunce da parte degli esercenti.

Secondigliano è diventata la capitale del commercio napoletano. Ciò ad un prezzo elevatissimo. Morire a Secondigliano, essere uccisi è cosa talmente comune che anche i bambini parlano di come sia meglio morire, se si soffre meno quando si è sparati in faccia o nella pancia. Ma la giovane età non deve sconvolgere, d’altronde le nuove leve vengono arruolate anche a dodici anni, per fare i pusher o per fare i “pali”, cioè quelli che controllano l’arrivo di presenze indesiderate come volanti di carabinieri e poliziotti.


da GIANNI CRISCIONE per ONDA SANA

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