Ma come per i clan di Secondigliano così per i casalesi gli affari e i troppi morti ammazzati hanno fatto scattare l’attenzione degli inquirenti, attenzioni culminate nel processo Spartacus, iniziato nel Luglio 1998, che porta in carcere molti dei capi, tra cui anche il boss indiscusso Francesco Schiavone: «ventuno ergastoli, oltre settecentocinquanta anni di galera inflitti». Un vero smacco per l’organizzazione ma comunque non una sconfitta assoluta, anzi. È opinione comune infatti che se i più importanti boss sono stati arrestati, ma non tutti (sono tra i più ricercati d’Italia i due latitanti Zagaria Michele e Antonio Iovine, attuali reggitori del clan), il sistema che hanno messo su sopravvive anche ai maxisequestri degli ultimi anni. Come per il sistema di Secondigliano, il reale potere delle famiglie casalesi non è nella potenza militare, che pure è devastante, «ma nella capacità di equilibrare capitali leciti e illeciti». Ed ancora: «i clan non sembrano aver bloccato lo sviluppo del territorio, quanto piuttosto dirottato nelle loro casse i vantaggi».
In terra di camorra spiccano ancor di più le personalità di coloro che la paura non ha fatto chiudere gli occhi e tappare le orecchie. Tra queste persone vi è sicuramente don Peppino Diana, ucciso nel marzo 1994 nella sua chiesa di Casal di Principe. Il suo è stato un sacrificio servito a dare speranza alle molte persone oneste di questi territori. Per contrapporsi al potere della camorra ha usato l’unica arma a sua disposizione: la parola. Ha sottolineato che il suo ruolo non era quello di celebrare i funerali dei camorristi ammazzati o battezzare i loro figli, ma quello di escludere questa gente dalla chiesa. La lettera che lesse durante la celebrazione del Natale 1991, e diffusa da altri preti in altre chiese della zona, conteneva accenni e denunce anche nei confronti del potere politico locale e nazionale; a ricordare che i clan non erano costituiti solo da assassini, ma anche da politici e imprenditori. Insomma il prete tenta con le sue parole di far distinguere meglio ciò che il tempo e le circostanze stanno sbiadendo, tenta di ricordare che vivere una vita evitando il giogo camorrista è possibile, e che il camorrista non può considerarsi un cristiano a cui sarà concesso il perdono senza un reale ravvedimento.
Un ulteriore punto toccato da Saviano è quello riguardante il nostro modo di intendere i camorristi. Sbagliamo a credere che questi malviventi siano dei poveri ignoranti o che vivano isolati dal mondo. Gli elementi culturali cui attingono sono simili ai nostri; i figli dei camorristi frequentano le nostre stesse scuole e università. Questi non sono più semplicemente dei soldati ma ingegneri, medici, avvocati, esperti in economia, in finanza. Soprattutto siamo simili a loro nei film che guardiamo.
Sembra un’esagerazione pensare che nel modo di sparare imitino i divi hollywoodiani, ma non è così; come non è un’esagerazione dire che spesso i ragazzini per darsi un’aria da boss imparano a memoria interi dialoghi del film Il camorrista di Tornatore, vera Bibbia per questi adolescenti.
da GIANNI CRISCIONE per ONDA SANA.
In terra di camorra spiccano ancor di più le personalità di coloro che la paura non ha fatto chiudere gli occhi e tappare le orecchie. Tra queste persone vi è sicuramente don Peppino Diana, ucciso nel marzo 1994 nella sua chiesa di Casal di Principe. Il suo è stato un sacrificio servito a dare speranza alle molte persone oneste di questi territori. Per contrapporsi al potere della camorra ha usato l’unica arma a sua disposizione: la parola. Ha sottolineato che il suo ruolo non era quello di celebrare i funerali dei camorristi ammazzati o battezzare i loro figli, ma quello di escludere questa gente dalla chiesa. La lettera che lesse durante la celebrazione del Natale 1991, e diffusa da altri preti in altre chiese della zona, conteneva accenni e denunce anche nei confronti del potere politico locale e nazionale; a ricordare che i clan non erano costituiti solo da assassini, ma anche da politici e imprenditori. Insomma il prete tenta con le sue parole di far distinguere meglio ciò che il tempo e le circostanze stanno sbiadendo, tenta di ricordare che vivere una vita evitando il giogo camorrista è possibile, e che il camorrista non può considerarsi un cristiano a cui sarà concesso il perdono senza un reale ravvedimento.
Un ulteriore punto toccato da Saviano è quello riguardante il nostro modo di intendere i camorristi. Sbagliamo a credere che questi malviventi siano dei poveri ignoranti o che vivano isolati dal mondo. Gli elementi culturali cui attingono sono simili ai nostri; i figli dei camorristi frequentano le nostre stesse scuole e università. Questi non sono più semplicemente dei soldati ma ingegneri, medici, avvocati, esperti in economia, in finanza. Soprattutto siamo simili a loro nei film che guardiamo.
Sembra un’esagerazione pensare che nel modo di sparare imitino i divi hollywoodiani, ma non è così; come non è un’esagerazione dire che spesso i ragazzini per darsi un’aria da boss imparano a memoria interi dialoghi del film Il camorrista di Tornatore, vera Bibbia per questi adolescenti.
da GIANNI CRISCIONE per ONDA SANA.

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