La seconda parte del libro si apre con un capitolo riguardante le armi dei clan, un aspetto importante ma non importantissimo. Le armi più usate sono i Kashnikov, mitra di origini russe, il cui inventore Michail Kalashnikov è fatto oggetto di venerazione da alcuni affiliati. Il motivo di questa glorificazione è in un dato piuttosto sconcertante: «al mondo non esiste cosa, organica o disorganica, oggetto metallico, elemento chimico, che abbia fatto più morti dell’ak-47. Il Kalashnikov ha ucciso più della bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki, più del virus dell’HIV…». D’altronde i camorristi a differenza dei mafiosi non cercano di nascondere la violenza di cui sono portatori, anzi fanno proprio il contrario; se la mafia usa le armi solo nei momenti di crisi, per la camorra l’uso delle armi è endemico.
A ben vedere però l’arma più potente per i clan non è il mitra ma il loro impero economico e più specificatamente gli affari che girano intorno al cemento e all’edilizia.
Il clan che più di tutti ha saputo sfruttare questo settore dell’economia è quello dei casalesi, clan che egemonizza il territorio a nord di Napoli, dal basso casertano al Lazio. Capostipite dei casalesi è Antonio Bardellino, affiliato, almeno al principio della sua carriera criminale, direttamente a Cosa Nostra, ma da questa è sempre stato autonomo. Il pentito Carmine Schiavone nel 2005 mette bene in risalto il modus operandi della camorra, attenta solo a fare affari, e quello della mafia che al contrario fronteggia lo Stato ponendosi addirittura come anti-Stato.
Scrive Saviano:«imprenditori. Così si definiscono i camorristi del casertano: null’altro che imprenditori». Imprenditori più spregiudicati del normale ma non criminali, non camorristi.
Nel ciclo dell’edilizia i camorristi sono presenti ad ogni livello, sono loro che vendono cemento alle imprese, sono loro che svolgono il lavoro grazie ai subappalti e sono loro che percepiscono le tangenti sui lavori non direttamente controllati. La grande quantità di liquidi presenti nelle casse del clan li ha fatti investire anche in altre attività, non tutte illegali, agendo anche in simbiosi con imprenditori che non avevano niente a che fare con la camorra, almeno apparentemente. La classica estorsione ad esempio con loro non è più la stessa, ora si manifesta non nella classica tangente da pagare ma nella convenienza che gli imprenditori hanno quando lavorano con le ditte dei camorristi. Questo è ciò che è successo con la Parmalat di Tanzi. I prodotti erano imposti dai camorristi in tutti i territori da loro controllati, con la conseguenza che il clan, visti i gran quantitativi che riusciva a commercializzare, riceveva degli sconti sulla merce che ad altri imprenditori erano negati. Insomma si andava verso un monopolio che porta svantaggi al consumatore e vantaggi al produttore: il produttore è felice perché il suo prodotto è commercializzato su scala sempre più ampia senza avere praticamente nessuna possibilità di concorrenza da parte di altri marchi, il consumatore invece vede in questo modo salire i prezzi che peraltro non possono scendere vista l’inesistenza della concorrenza. La beffa finale è che nonostante Parmalat non abbia mai denunciato di subire pressioni da alcun clan in Campania, in un processo loro comparirebbero come parte lesa avendo subito un ricatto dai camorristi ed inoltre non sono stati loro ad imporre i loro prodotti ma i camorristi stessi. È evidente però che i dirigenti della Parmalat non hanno mai denunciato perché in fondo da questa situazione traevano solo vantaggi, insomma erano felici di poter commercializzare i loro prodotti al sud solo attraverso la camorra.
Se si guarda al rapporto tra l’imprenditore e il camorrista si evince quindi che l’estorsione non è più tale ma è un vero e proprio accordo a posteriori reciproco.
In definitiva seguendo questo schema molte attività dei camorristi non si possono dire illegali (distribuire merci non è illegale), ma nemmeno legali, viste le modalità con cui si ottengono i contratti di distribuzione. Si potrebbero definire para-legali per usare un eufemismo!
Si è detto che le strategie che il clan adotta per fare soldi sono davvero molteplici, infatti vi è ancora un altro settore che genera introiti stratosferici: quello delle truffe. Una per tutte è quella attuata ai danni della Comunità Europea che pagava la distruzione della frutta prodotta in eccesso. La camorra pur dichiarando che ciò che distruggeva era frutta, inceneriva solamente immondizia, traendone perciò un doppio profitto: da un lato gli arrivavano i soldi della Comunità Europea per la frutta che in realtà continuava ad essere venduta e dall’altro inceneriva ciò che avrebbe dovuto dislocare in altro modo.
A ben vedere però l’arma più potente per i clan non è il mitra ma il loro impero economico e più specificatamente gli affari che girano intorno al cemento e all’edilizia.
Il clan che più di tutti ha saputo sfruttare questo settore dell’economia è quello dei casalesi, clan che egemonizza il territorio a nord di Napoli, dal basso casertano al Lazio. Capostipite dei casalesi è Antonio Bardellino, affiliato, almeno al principio della sua carriera criminale, direttamente a Cosa Nostra, ma da questa è sempre stato autonomo. Il pentito Carmine Schiavone nel 2005 mette bene in risalto il modus operandi della camorra, attenta solo a fare affari, e quello della mafia che al contrario fronteggia lo Stato ponendosi addirittura come anti-Stato.
Scrive Saviano:«imprenditori. Così si definiscono i camorristi del casertano: null’altro che imprenditori». Imprenditori più spregiudicati del normale ma non criminali, non camorristi.
Nel ciclo dell’edilizia i camorristi sono presenti ad ogni livello, sono loro che vendono cemento alle imprese, sono loro che svolgono il lavoro grazie ai subappalti e sono loro che percepiscono le tangenti sui lavori non direttamente controllati. La grande quantità di liquidi presenti nelle casse del clan li ha fatti investire anche in altre attività, non tutte illegali, agendo anche in simbiosi con imprenditori che non avevano niente a che fare con la camorra, almeno apparentemente. La classica estorsione ad esempio con loro non è più la stessa, ora si manifesta non nella classica tangente da pagare ma nella convenienza che gli imprenditori hanno quando lavorano con le ditte dei camorristi. Questo è ciò che è successo con la Parmalat di Tanzi. I prodotti erano imposti dai camorristi in tutti i territori da loro controllati, con la conseguenza che il clan, visti i gran quantitativi che riusciva a commercializzare, riceveva degli sconti sulla merce che ad altri imprenditori erano negati. Insomma si andava verso un monopolio che porta svantaggi al consumatore e vantaggi al produttore: il produttore è felice perché il suo prodotto è commercializzato su scala sempre più ampia senza avere praticamente nessuna possibilità di concorrenza da parte di altri marchi, il consumatore invece vede in questo modo salire i prezzi che peraltro non possono scendere vista l’inesistenza della concorrenza. La beffa finale è che nonostante Parmalat non abbia mai denunciato di subire pressioni da alcun clan in Campania, in un processo loro comparirebbero come parte lesa avendo subito un ricatto dai camorristi ed inoltre non sono stati loro ad imporre i loro prodotti ma i camorristi stessi. È evidente però che i dirigenti della Parmalat non hanno mai denunciato perché in fondo da questa situazione traevano solo vantaggi, insomma erano felici di poter commercializzare i loro prodotti al sud solo attraverso la camorra.
Se si guarda al rapporto tra l’imprenditore e il camorrista si evince quindi che l’estorsione non è più tale ma è un vero e proprio accordo a posteriori reciproco.
In definitiva seguendo questo schema molte attività dei camorristi non si possono dire illegali (distribuire merci non è illegale), ma nemmeno legali, viste le modalità con cui si ottengono i contratti di distribuzione. Si potrebbero definire para-legali per usare un eufemismo!
Si è detto che le strategie che il clan adotta per fare soldi sono davvero molteplici, infatti vi è ancora un altro settore che genera introiti stratosferici: quello delle truffe. Una per tutte è quella attuata ai danni della Comunità Europea che pagava la distruzione della frutta prodotta in eccesso. La camorra pur dichiarando che ciò che distruggeva era frutta, inceneriva solamente immondizia, traendone perciò un doppio profitto: da un lato gli arrivavano i soldi della Comunità Europea per la frutta che in realtà continuava ad essere venduta e dall’altro inceneriva ciò che avrebbe dovuto dislocare in altro modo.
da GIANNI CRISCIONE per ONDA SANA
gruppoondasana@gmail.com

Nessun commento:
Posta un commento